Nel panorama europeo della sostenibilità, l’ultimo anno ha portato molteplici interventi di “semplificazione” e rinvio, accolti con sollievo da molte imprese. Tramite il Pacchetto Omnibus, Commissione e Consiglio hanno infatti semplificato gli obblighi di reporting previsti dalla CSRD, limitandone l’applicazione ed escludendo le PMI, e hanno rivisto le soglie della CSDDD in materia di due diligence, alleggerendo parte degli oneri amministrativi che gravavano su un ampio numero di società europee.
A questo ridimensionamento della diretta applicazione degli obblighi derivanti dalle suddette direttive si affianca, al contempo, la progressiva estensione dei regimi di EPR che stanno trovando applicazione in una pluralità di settori. Anche il comparto tessile è interessato da queste dinamiche, volte all’adozione di modelli di economia circolare, sebbene con un livello di sviluppo ancora non omogeneo rispetto ad altri ambiti già più avanzati. Come noto, l’EPR trasferisce in capo ai produttori la responsabilità economica e organizzativa della gestione del fine vita dei prodotti: chi immette prodotti sul mercato a titolo professionale (fabbricanti e importatori) è tenuto a finanziare la loro raccolta, riciclo e riuso attraverso specifici contributi, con l’obiettivo di promuovere un design più circolare.
In proposito la Direttiva (UE) 2025/1892 del 10 settembre 2025, che modifica la direttiva quadro sui rifiuti (Direttiva 2008/98/CE), segna un punto di svolta. Essa introduce l’obbligo per gli Stati membri di istituire regimi EPR per il settore tessile e prodotti affini, includendo moda, calzature e accessori, con il conseguente trasferimento degli oneri di gestione del fine vita dei prodotti sui produttori.
Elemento centrale della normativa è la cosiddetta eco-modulazione dei contributi: sono previste tariffe più basse per prodotti durevoli e facilmente riciclabili, e più elevate per prodotti a maggiore impatto ambientale, come quelli tipici del fast fashion.
L’obiettivo principale di tale direttiva è infatti quello di creare un’economia per la raccolta, la cernita, il riutilizzo e il riciclo dei prodotti tessili, nonché di incentivare – a monte – una progettazione sostenibile.
Questi sviluppi si inseriscono in un quadro normativo più ampio, che include anche il Regolamento (UE) 2024/1781 in materia di progettazione ecocompatibile. Quest’ultimo introduce, tra le altre misure, restrizioni progressive alla distruzione degli invenduti, rafforzando ulteriormente la logica di responsabilizzazione dei produttori lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Sul fronte nazionale, l’Italia ha avviato il processo di introduzione di un regime di EPR per il settore tessile. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha infatti predisposto uno schema di decreto – attualmente in fase di consultazione pubblica – volto a istituire e disciplinare il sistema EPR tessile, definendone struttura, obblighi e modalità operative. Il provvedimento prevede l’introduzione di un contributo ambientale a carico dei produttori (inclusi importatori e operatori che immettono i prodotti sul mercato mediante tecniche di comunicazione a distanza), modulato in funzione delle prestazioni ambientali dei prodotti (tra cui durabilità, riciclabilità e composizione materiale), nonché obblighi di iscrizione al Registro nazionale dei produttori (RENAP) – attraverso cui il MASE svolge la propria funzione di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi derivanti da EPR – e di adesione a sistemi di gestione riconosciuti con la previsione di sanzioni in caso di inadempimento.
Nel confronto europeo, alcuni Paesi sono certamente più avanti, in particolare la Francia. Qui l’EPR per tessile, calzature e biancheria per la casa è operativa già dal 2007 ed è stata ulteriormente rafforzata dalla Loi AGEC n. 105 del 10 febbraio 2020 (Loi Anti-gaspillage pour une économie circulaire). Il sistema, gestito attraverso eco-organismi, prevede contributi eco-modulati, obblighi di finanziamento e divieti anticipati di distruzione degli invenduti per determinate categorie di operatori.
Ed infatti, in tale contesto, gli eco-organismi assumono un ruolo centrale, configurandosi come il perno operativo dei sistemi EPR. Senza il loro intervento, risulterebbe difficile ipotizzare una concreta attuazione dei principi dell’EPR. Trattasi di consorzi che raccolgono i contributi dai produttori, organizzano su scala nazionale le attività di raccolta, riuso e riciclo, mettono a disposizione sistemi digitali per la tracciabilità e il reporting e finanziano iniziative di prevenzione, come programmi di riparazione e allungamento della vita dei prodotti.
In Italia, tra i principali eco-organismi attualmente operativi per i prodotti tessili si segnalano Erion Textiles (consorzio no-profit del Sistema Erion), Retex.Green (Promosso da Confindustria Moda e Fondazione del Tessile Italiano) ed ERP Italia Tessile (consorzio italiano senza scopo di lucro parte del Gruppo European Recycling Platform – Landbell).
I nuovi obblighi nel settore tessile riflettono dunque l’evoluzione del quadro normativo europeo verso modelli di responsabilità estesa, in cui i soggetti coinvolti sono chiamati ad assumere responsabilità lungo l’intero ciclo di vita del prodotto: dalla fase di progettazione, attraverso l’organizzazione della filiera, fino alla gestione del fine vita.
